Continuiamo a farci del male

La deriva rancorosa verso politica e istituzioni “abbatte” la reputazione internazionale dell’Italia

Ormai è un fatto accertato: la disaffezione degli italiani verso le istituzioni, alimentata dalla deriva rancorosa e dalle spinte populiste, produce effetti negativi sull’immagine esterna del Paese e sulla sua reputazione internazionale. Per comprenderlo è sufficiente scandagliare uno dei più importanti strumenti di verifica della capacità competitiva dei sistemi-paese: il Global Competitiveness Index del World Economic Forum che colloca l’Italia al 43° posto sui 137 Paesi analizzati. Perché l’Italia è così in basso in questo ranking, considerato che siamo la 7^ economia al mondo per produzione industriale, il secondo paese manifatturiero d’Europa, l’8° esportatore e la 5^ destinazione turistica al mondo?  La spiegazione va cercata “dentro” la base dati che compone l’indice, la cui costruzione appare metodologicamente ineccepibile. Occorre considerare che un “key ingredient” dell’indice proviene da una “Executive Opinion Survey” condotta presso un panel di 12.755 responsabili di imprese sparse nel mondo (98 per l’Italia), ben distribuiti tra piccole, medie e grandi imprese di tutti i settori e di tutti i territori.

L’indice è composto da 12 sub-indici (“pillars”). Alcuni attingono prevalentemente a dati strutturali (hard data), altri ai dati della survey (soft-data). I “pilastri” che tengono basso il posizionamento dell’Italia sono perlopiù il 1° (“Istituzioni”), il 3° (“Ambiente macro-economico”) e il 7° (“Efficienza del mercato del lavoro”). Tre pilastri che – si esclude in parte il 3°, condizionato dal rapporto tra debito pubblico e Pil, – sono tutti più o meno alimentati dai dati della survey e dunque dalle opinioni di chi risponde. Nel 1° pilastro, che si compone di 21 variabili, la fiducia nei politici ci colloca al 122° posto nel mondo; il peso della regolazione governativa al 134°, l’efficienza della spesa pubblica al 126°, l’efficienza nel comporre le controversie al 134°, la trasparenza delle politicies al 126°. Inutile proseguire oltre: è chiaro che gli intervistati non nutrono alcuna fiducia nella capacità delle istituzioni di esercitare correttamente le funzioni loro attribuite. Analoghe considerazioni valgono per l’“Efficienza del mercato del lavoro”: siamo al 131° posto per “flessibilità nella determinazione dei salari” e al 127° con riferimento alle “pratiche di assunzione e licenziamento”.

Quanto tutto ciò danneggia la reputazione dell’Italia? Probabilmente un bel po’ considerando che questi ranking vengono ripresi dai media e penetrano in tutti gli ambienti economici, politici e finanziari del mondo. Quanto è vero tutto ciò? Probabilmente molto poco. Difficile pensare che l’Italia, rispetto a queste variabili sia messa peggio di Rwanda, Turchia, Egitto o Armenia, tanto per fare qualche esempio.

Ma perché il panel nazionale risponde in questo modo? Perché trascende le indicazioni per la compilazione quando chiedono “please answer the questions in view of the situation in your country in international comparison”?  Si possono formulare diverse ipotesi, ad esempio che gli italiani non abbiano una naturale tendenza a restituire un’immagine vincente del proprio paese, contrariamente a quanto accade in Francia, in Giappone o negli Usa.  Guardando però agli indicatori europei di fiducia nelle istituzioni tutto appare molto coerente: la quota di italiani che “ha fiducia” nel Governo è del 17%, nel Parlamento del 18%. Per la Francia i valori sono del 38% e 31%, per la Germania del 59% e 61%. Non va molto meglio per le istituzioni locali: 23% di fiducia in Italia, 57% in Francia e addirittura  76% in Germania. Allora inutile sorprenderci: chi riceve il questionario del WEF ha semplicemente un’ulteriore opportunità per sfogare rabbia e rancore e per segnalare il proprio senso di separatezza nei confronti delle istituzioni. Una piccola vendetta che in parte gli si ritorcerà conto. Subito dopo, per fortuna, torna al suo lavoro, a produrre accuratezza e qualità. Bilanciando almeno in parte il ranking nazionale.

di Marco Baldi – Responsabile Area Economia e Territorio Censis