La leadership perduta dell’Unione europea

Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro – la valuta di 19 Paesi sui 28 aderenti all’Ue – è attualmente il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. La Ue rappresenta, inoltre, lo spazio più pacifico del mondo, con 15 Paesi su 25 con il più basso livello del Global Peace Index, pubblicato dall’Institute for Economics and Peace.

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Oggi la dimensione sociale ed economica dell’area dell’euro e dell’Ue a 28 Paesi sembra confermare una certa omogeneità fra i due raggruppamenti. I 19 Paesi che hanno adottato l’euro coprono buona parte del Pil complessivo e della popolazione, i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4%, il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90% in entrambi i casi. Sul piano sociale le differenze non sembrano eccessive: al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più fra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22% (tab. 13).

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Ma da una lettura più dettagliata emerge però, in tutta la sua evidenza, il fallimento dei processi di convergenza su cui l’Ue aveva puntato. Fra i 19 Paesi aderenti all’euro, in realtà, solo 7 mostrano un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 solo 4 presentano una quota superiore al 100%. La concentrazione in questa parte della graduatoria dei Paesi mediterranei (ad eccezione del Belgio) ha surrettiziamente provocato un latente rinserramento degli Stati del Nord Europa nei confronti di quelli del Sud: elemento, questo, che negli anni passati non ha certo facilitato, ad esempio, la ricerca di soluzioni adeguate a un problema tutto sommato circoscritto come quello della Grecia (tab. 14).