Le ragioni economiche dello stare insieme

Guardando l’intervallo 2010-2017, si percepisce l’anomalia del nostro Paese: mentre il dato medio europeo vede i principali aggregati economici posizionarsi in territorio positivo a partire dal 2013, per l’Italia si dipanano ulteriori 4 anni di posizionamento al di sotto dell’asticella posta nel 2010. Solo il dato relativo all’export cresce (+26,2%). Rispetto al 2010 gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%. E il Pil si colloca ancora in territorio negativo: il 99,7% del valore registrato nel 2010, a fronte di un dato medio europeo del 110,6% .
Oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia in qualche modo giovato all’Italia. Le nostre valutazioni ci collocano all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia delle sanzioni e dietro il Regno Unito della Brexit. Tutto ciò in un contesto europeo complessivo che vede prevalere di gran lunga i giudizi positivi sui benefici derivanti dall’appartenenza del proprio Stato all’Ue (la percentuale media è al 68%).
Eppure, finora nel nostro Paese i cittadini hanno sempre mostrato interesse per l’individuazione della rappresentanza comunitaria, partecipando alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Unione. Non solo Regno Unito e Spagna, ma anche Francia e Germania votano meno di noi alle elezioni europee (anche nel 2014) (fig. 8).

15

Guardando dentro l’Europa si individuano motivazioni molto solide affinché il nostro Paese consideri seriamente i vantaggi dello “stare insieme”:
— l’export, che nel 2017 ha presentato una crescita molto significativa, pur a fronte di un primo ritracciamento nelle più recenti rilevazioni mensili del 2018. Le esportazioni di merci nel 2017, in particolare, hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Questo ha fatto sì che l’Italia confermasse il proprio ruolo di 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considerano solo le attività manifatturiere). Anche la partecipazione dei soggetti economici è in costante crescita. Le imprese esportatrici sono oggi 217.431: questo significa che rispetto al 2012 8.431 imprese in più si sono affacciate sui mercati globali. Bisogna però considerare che tutta questa massa di soggetti, di volumi e di valori economici si muove per la gran parte dentro l’Europa, trovando mercati sufficientemente ampi e ben intonati, molto interessati ai prodotti italiani e soprattutto molto ben regolati;
— la regione alpina è il territorio cerniera tra l’Italia e il resto d’Europa. Le dinamiche del commercio estero dell’Italia sono dunque fortemente riconducibili alla corretta e comune gestione di questo spazio tanto delicato quanto strategico. Se negli scambi commerciali dell’Italia con il resto del mondo la portualità svolge un ruolo decisivo (il 61,8% degli scambi in volume avviene, infatti, all’interno del sistema dei porti italiani, mentre i valichi alpini stradali e ferroviari assorbono solamente il 24,8% delle merci movimentate), guardando gli scambi con l’Europa la situazione si presenta diametralmente opposta: il 72,9% delle merci viene scambiato attraversando la regione alpina e solo il 21,4% è movimentato nei porti;
— l’Europa rappresenta un grande mercato interno di cui l’Italia non può che beneficiare. Lo si capisce anche guardando i dati dei flussi turistici: le recenti rilevazioni della Banca d’Italia attestano, infatti, che su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri che sono entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provengono da Paesi europei. A questo occorre aggiungere che dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale).