Una lettura critica dei ranking internazionali/2

Problemi riconducibili alla base informativa: hard e soft data
Sicuramente il Global Competitiveness Index del Wef e l’Imd World Competitiveness Index dell’analogo centro di ricerca, possano essere considerati i due indici internazionali che vantano la più completa e complessa base informativa di partenza, con metodologie di sintesi bottom-up abbastanza simili ed egualmente rigorose per quanto concerne la costruzione dell’indice sintetico finale.

Entrambi gli indici sono costruiti sulla base di informazioni quantitative (hard data) e qualitative (soft data), che si fondono con l’intento di produrre un bagaglio informativo il più possibile esaustivo e aderente alla realtà complessa di ciascun Paese del mondo.

Un primo asse problematico può essere individuato nello stesso perimetro  delle informazioni ricavate da fonti ufficiali e da dati quantitativi in generale (hard data). Al riguardo, è evidente che le misure di performance degli ambienti economici applicate a sistemi-Paese completamente diversi possono generare problemi. Se si utilizza, ad esempio, il tasso di crescita annuo del Pil si favoriscono nel ranking i Paesi in via di sviluppo depositari di una maggior dinamicità. È noto infatti che la crescita tende ad essere meno rilevante nei Paesi già sviluppati. Alla stessa stregua il calcolo di valori medi pro-capite favorisce sicuramente i Paesi con una minore popolazione relativa e contestualmente penalizza le aree densamente popolate.

Ne discende che la scelta degli indicatori da utilizzare non è affatto neutra e che può in diversi modi deviare o comunque influenzare il ranking finale ottenuto. A ciò si aggiunga che non solo i sistemi economici considerati sono altamente eterogenei, ma lo sono anche le fonti stesse cui si attinge nell’elaborazione dei singoli indicatori. Per questo motivo il Global Competitiveness Index ha come grande pregio rispetto ad altri indici il fatto di collocare i Paesi in classi omogenee di appartenenza, tenendo conto delle caratteristiche tipiche strutturali dell’economia di ciascun Paese, attraverso un opportuno sistema di pesi differenziati.

Il ricorso a dati statistici di natura qualitativa si rende necessario per integrare l’informazione disponibile con riferimento a determinati ambiti non esplorati dalle statistiche ufficiali o non suscettibili di una valutazione quantitativa. Si presentano infatti circostanze in cui determinate aree non sono coperte sistematicamente da informazioni quantitative, oppure si hanno particolari ritardi nelle rilevazioni che rendono alcuni dati meno attuali o del tutto anacronistici.

Naturalmente l’indagine a campione con questionario precodificato, pur se  condotta con accuratezza ed efficacia, pone dei limiti alla conoscenza effettiva della realtà che si esaltano soprattutto là dove l’intento generale della misurazione si concretizza in graduatorie di Paesi.  Questo perché giocano un ruolo inevitabile tutti quegli elementi che sono riconducibili alle diverse caratterizzazioni socio-antropologiche delle culture nazionali. L’identificazione nazionale, ad esempio, può essere più o meno marcata nei diversi Paesi e questo può incidere nei giudizi raccolti presso i panel di intervistati coinvolti nelle survey. Senza entrare nel merito della questione delle identità forti e deboli, è largo il consenso intorno all’idea che l’Italia resti, a 150 anni dalla sua unificazione, un Paese con un’identificazione nazionale complessa e frammentata, fatta di tante appartenenze a “piccole patrie” che spesso coincidono con i perimetri provinciali più che con quello dello stato unitario.

Si tratta, a bene vedere, di un elemento che può giocare un ruolo non indifferente nei giudizi e nelle valutazioni, soprattutto in quei casi nei quali ci si trova di fronte al famoso bicchiere che può essere visto come mezzo pieno o mezzo vuoto.

A questo occorre aggiungere che eventi nazionali a carattere congiunturale possono influenzare le opinioni degli intervistati e determinare una lettura peggiorativa o migliorativa dei contesti nazionali. Si tenga inoltre presente che questi elementi tendono ad assumere un carattere di persistenza ed è verosimile che il cambiamento delle opinioni, anche quando ne esistano i presupposti nell’evoluzione concreta delle fenomenologie di cui si chiede conto, sia molto lento e progressivo.

Tutti questi sono dei limiti “fisiologici” da tenere necessariamente in considerazione quantomeno quando si procede alla lettura dei risultati ottenuti attraverso questi indici internazionali anche perché, come forse non tutti sanno, la copertura del fabbisogno informativo con dati rilevati a campione non è semplicemente integrativa della copertura basata su dati hard, ma rappresenta una quota considerevole del potenziale esplicativo di tutti gli indici considerati.

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